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CANEVINO

Il toponimo si trova citato per la prima volta nel documento del 940, sulla storia di San Colombano, dove si dice che quando le reliquie di S. Colombano, da Bobbio furono portate in pellegrinaggio a Pavia da re Ugo, il corteo, che attraversò tutte le proprietà del monastero di San Colombano di Bobbio, passò anche da Canevino, allora proprietà del monastero (Goggi 1973). Come Mons Canavini viene citato nell'elenco delle terre del contado di Pavia del 1250 come appartenente all'Oltrepò (Soriga 1913). Costituiva unico feudo con Cigognola e nel sec. XVI si contavano 120 anime. Nel sec. XVII le anime erano 116. Come Canavino compare nell'elenco delle dichiarazioni del focatico del Principato di Pavia per l'anno 1537 come appartenente alla Congregazione rurale dell'Oltrepò e Siccomario (Focatico Oltrepò e Siccomario, 1537). Canevino nel 1634 è inserito come appartenente all'Oltrepò, nell'elenco delle terre del principato di Pavia censite per fini fiscali da Ambrogio Opizzone (Opizzone 1634). Con il trattato di Worms del 1743 Canevino passò sotto il dominio di casa Savoia. La comunità di Canevino è compresa nell'elenco delle terre e luoghi che hanno mandato un proprio rappresentante in Voghera alla riunione generale per l'elezione della congregazione dei possessori dei beni rurali nella parte del principato di Pavia detta Oltrepò nell'anno 1744 (Convocato Oltrepò, 1744). Con manifesto camerale del 9 novembre 1770 vengono stabiliti gli uffici di insinuazione, Canevino viene inserito nella tappa di Broni (tappa insinuazione 1770). Il 6 giugno 1775 viene approvato il regolamento per "le Amministrazioni de pubblici" (Amministrazioni de pubblici 1775); pur non avendo reperita specifica documentazione relativa all'ordinamento comunale, si può ipotizzare che Canevino fosse amministrato da un sindaco e quattro consiglieri componenti il consiglio ordinario. Nella compartimentazione del 15 settembre 1775 Canevino si trova inserito nel distretto di Voghera (editto 15 settembre 1775) nel manifesto senatorio del 29 agosto 1789 che stabilisce il riparto in tre cantoni della provincia di Voghera, Canevino, viene inserito nel terzo cantone di Broni (riparto 1789). Il prefetto del dipartimento di Marengo, in base alla legge del 28 piovoso anno VIII (febbraio 1800), nomina i maires e gli aggiunti della municipalità di Canevino con decreto del 23 fruttidoro anno IX (settembre 1801). Canevino viene inserito nel dipartimento di Marengo e nel circondario di Voghera (decreto Campana 1801). Il primo pratile anno X (maggio 1802) il prefetto del dipartimento di Marengo decreta la nomina dei consiglieri municipali in numero di 10 i quali dovranno restare in carica per tre anni (decreto Campana 1802). Nel 1805 in funzione del rimaneggiamento dell'amministrazione ligure - piemontese voluta da Napoleone Bonaparte, Canevino con decreto del 13 giugno 1805 viene aggregata al dipartimento di Genova circondario di Voghera (decreto 1805, ASC Casei Gerola). L'amministrazione provvisoria della città e provincia di Voghera (manifesto 27 aprile 1814) ripristinava nei comuni l'antico regime con l'ordine di osservanza del regolamento amministrativo del 1775. In base al regio editto del 27 ottobre 1815 per il nuovo stabilimento delle province dipendenti dal senato di Piemonte e della loro distribuzione in mandamenti di giudicature e cantoni per le assise,Canevino veniva definitivamente inserito nel mandamento di Soriasco appartenente al secondo cantone della provincia di Voghera (regio editto 1815, ASCVo), sede di intendenza e prefettura e appartenente alla divisione di Alessandria. Dipendeva dal senato di Torino e l'ufficio dell'insinuazione e postale avevano sede in Broni. Per mezzo del regio editto del 10 novembre 1818 "portante una nuova circoscrizione generale delle provincie de' regi stati di terra ferma" la comunità di Canevino viene inserita nell'undicesimo mandamento di Soriasco, provincia di Voghera, divisione di Alessandria (ASC Casei Gerola). La popolazione di Canevino contava 346 abitanti (Casalis 1836). Vengono aggregate a Canevino le frazioni di: Caseo, Colombara, Costa, Morgone, Mollie e Pianaversa. Nel 1859 Canevino con una popolazione di 351 abitanti entra a far parte della provincia di Pavia, e viene inserito nel VIII mandamento di Soriasco del circondario di Voghera (decreto 1859). In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Canevino con 351 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VIII di Soriasco, circondario IV di Voghera, provincia di Pavia. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 333 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia (Circoscrizione amministrativa 1867). Popolazione residente nel comune: abitanti 319 (Censimento 1871); abitanti 329 (Censimento 1881); abitanti 361 (Censimento 1901); abitanti 367 (Censimento 1911); abitanti 431 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Voghera della provincia di Pavia. In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Popolazione residente nel comune: abitanti 444 (Censimento 1931); abitanti 411 (Censimento 1936). Nel 1936 il comune di Canevino venne aggregato al nuovo comune di Pometo. Nel 1947 venne ricostituito il comune autonomo di Canevino disaggregandone il territorio dal comune di Pometo (D.L.C.p.S. 19 ottobre 1947, n. 1269). In base alla legge sull'ordinamento comunale vigente il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 332 (Censimento 1951); abitanti 264 (Censimento 1961); abitanti 172 (Censimento 1971). Nel 1971 il comune di Canevino aveva una superficie di ettari 474.
Bibliografia Valeria Bevilacqua (Cooperativa Arché - Pavia), Lombardia Beni Culturali Caterina Antonioni, Lombardia Beni Culturali

 

RUINO
Ruino appartenne nel medioevo ai domini dell'abbazia di San Colombano di Bobbio, e fu incluso nel territorio dell'alta val Tidone soggetto all'episcopato bobbiese. Nel 1164 fu tra i centri dell'Oltrepò assegnati con diploma imperiale al dominio della città di Pavia; nonostante le successive conferme, forse Pavia non riuscì a consolidare il dominio su Ruino, che in effetti in seguito seguì le sorti di Zavattarello, capoluogo della valle, nelle infeudazioni ai Landi (1269), e ai Dal Verme, che dal 1372 ne ebbero ininterrottamente la signoria fino all'abolizione del feudalesimo (1797). Non faceva parte dell'Oltrepò Pavese propriamente detto, ma della giurisdizione dei feudi vermeschi, aggregati al Principato di Pavia. Torre degli Alberi, già Torre d'Albera, faceva parte originariamente del feudo di Fortunago; quando i Dal Verme, feudatari anche di Fortunago, ne furono estromessi, poterono tenere Torre d'Albera, che cominciò così a orbitare sul feudo di Zavattarello e Ruino, pur restando un comune e feudo camerale dell'Oltrepò propriamente detto, non compreso nella giurisdizione dei feudi vermeschi. Nel 1817 fu aggregato al comune di Ruino. Nel 1936 il comune di Ruino e quello di Canevino furono uniti nel comune di Pometo, dal nome della località scelta come nuovo capoluogo. Nel 1937 il territorio di Moncasacco, frazione del soppresso comune di Caminata, fu unito a Pometo. Nel 1938 il soppresso comune di Montù Berchielli (CC F702) fu spartito tra Montalto Pavese (cui andarono il capoluogo Cà del Fosso e la sede parrocchiale Villa Illibardi), Pometo (cui andò la località che dava il nome al comune, Montù Berchielli, con l'antico castello), e Rocca de' Giorgi). Montù Berchielli aveva sempre seguito le sorti di Montalto. Nel 1947 il comune di Pometo fu abolito e si riformarono i comuni di Canevino e Ruino. Tuttavia a Ruino restò il territorio di Montù Berchielli, e la sede comunale rimase a Pometo. Nel 1950 il territorio di Moncasacco fu restituito al ricostituito comune di Caminata, ora in provincia di Piacenza.

 

VALVERDE
Di tutte le valli dell’Italia Settentrionale, solo una può vantare una specifica segnaletica già a partire da Milano città: la Val Tidone; in effetti è addirittura una strada statale a condurre dalla Città alla Valle.  Questo fatto è indicativo dei profondi ed antichi rapporti tra la Grande Città ed una piccola Valle, da sempre tuttavia molto frequentata e nota. D’altro canto, per motivi storici e di vicinanza, Valverde, pur affacciandosi sulla Val Tidone, risulta legata soprattutto alla Val Staffora, la principale valle dell’Oltrepò Pavese. Si potrebbe persino proporre una relazione: la Val Staffora e Valverde sono legate ai Malaspina come la Val Tidone lo è ai Dal Verme ed  ai Landi. Pertanto dalla cima di Monte Bruno potremo volgere lo
 sguardo e la nostra attenzione sia verso l’angusta Val Tidone sia sull’ ampia Val Staffora, valle che tramanda un antico nome longobardo.
 Valverde può vantare una storia di oltre 2500 anni, con una testimonianza inoppugnabile: i reperti archeologici. Di fatto, sull'erta di Verde, sono affiorati molti reperti ceramici la cui tipologia è propria dell’Età del Ferro, in particolare piccole olle, ciotole, bicchieri (alcuni dei quali decorati) e soprattutto frammenti di urne funerarie biconiche tipiche del “golasecchiano”
  
Cronologia storica di Valverde
 
 900 a.C. (inizio Età del Ferro in Italia settentrionale) ÷ 200 a.C.:  
 insediamenti Liguri e Celti  (circa 700 anni)
 200 a.C. ÷ 476 d.C.:   dominazione romana  (circa 676 anni)
 476 ÷ 774:   Regni Longobardi  (298 anni)
 774 ÷ 833:   Regni Carolingi  (58 anni)
 833 ÷ 1014:  Corte di Verde, giurisdizione del Monastero di Bobbio  (131 anni)
 1014 ÷ 1155:   Corte di Verde, giurisdizione del Vescovo di Bobbio  (141 anni)
 1155 ÷ 1298 (circa):   Feudo piacentino  (143 anni)
 1298 (circa) ÷ 1351:   Feudo dei Landi  (53 anni)
 1351 ÷ 1528:   Marchesato dei Malaspina,  prima come Livellari del Vescovo e poi
 proprietari di fatto  (177 anni)
 1528 ÷ 1538:   Feudo Dal Verme   (10 anni)
 1538 ÷ 1797:  (dal 1748 Principato di Piemonte) di nuovo ai Malaspina (*)     
 (259 anni)
 1797 ÷ 1814:   l’Oltrepò, con il Piemonte, è annesso alla Francia  (17 anni)
 1814 ÷ 1929:   Regno Sardo e poi Regno d’Italia, Valverde diventa Comune
 autonomo  (115 anni)
 1929 ÷ 1956:   annesso al Comune di Zavattarello  (27 anni)
 1956 ÷ oggi:   Comune autonomo in Provincia di Pavia

La chiesa parrocchiale
 
 Anche in questo caso ci sembra utile fare una precisazione: lo stile architettonico cosiddetto “romanico” non è di ascendenza romana, ma piuttosto lombarda, perché venne probabilmente concepito nella nostra Regione, ed in particolare a Milano, in occasione del rifacimento della basilica di Sant’ Ambrogio avvenuta nell’XI secolo (l’impianto originale risale invece al IV° secolo) . Tale particolare stile artistico si diffuse in seguito soprattutto in altre regioni dell’Italia settentrionale e dell’Europa occidentale, prevalentemente in Germania, Spagna ed Inghilterra.  “Romanico” sta dunque per “Romanzo” termine che identifica  le lingue neolatine, ossia derivate dal latino, ed inoltre, appunto, questo stile architettonico post-Carolingio. La presente introduzione è doverosa per spiegare la filosofia stilistica della struttura della chiesa parrocchiale di Valverde, attualmente dedicata alla Beata Vergine del Rosario ed  a S. Stefano, Santo Patrono del Comune. Databile al XII° secolo, ma ampiamente rimaneggiata sin al secolo XIX°, la costruzione presenta ancora un impianto che la fa appunto riconoscere di stile romanico-lombardo, stile rilevabile in particolare nel fianco sinistro e nel portale.

Curiosamente tutti i testi che illustrano tali caratteristiche architettoniche non menzionano l’interessante torre campanaria sormontata da un ben particolare “cono cestile”, struttura tipica di molte altri luoghi di culto di Milano e del pavese coevi alla primitiva costruzione della nostra chiesa parrocchiale. Infine osserviamo come all’interno dell’edificio della chiesa sia presente una bella fonte battesimale risalente al 1581, anche se la datazione di questa opera attualmente non risulta più visibile.

Una agricoltura povera
 
 La nascita dell’agricoltura ha prodotto una ampia riorganizzazione della società umana. Di fatto l’uomo, originariamente nomade, diventa sedentario aggregandosi in gruppi socialmente pluristratificati: la capacità di accumulare cibo gli permette (purtroppo) di riprodursi esponenzialmente. Restringendo invece il campo d’osservazione ai nostri territori, subito possiamo renderci conto di una vistosa differenza nella redditività agricola: ricca l’agricoltura della pianura, buona quella legata alla collina (grazie alla vite), povera quella di montagna: sostanzialmente “agricoltura di sopravvivenza” volta cioè al sostentamento e con una produzione di reddito molto bassa. Durante molti secoli, dall’alba della storia sin alle soglie della II guerra mondiale, vengono coltivati oltre una ventina di tipi di vegetali,  gli animali domestici sono invece circa una dozzina: dal lino alla lana, dal vino all’olio di ravizzone, dal grano alle fave, dagli animali da cortile agli animali da “lavoro”, gli agricoltori sono in grado di produrre quasi tutto quanto di cui necessitano. L’eccedenza è venduta per acquistare gli attrezzi agricoli e le suppellettili per la casa, sebbene il tutto ridotto all’essenziale. Questo però avviene in pianura e nella bassa collina, perché nel territorio montano le rese sono ancor più esigue. I documenti storici della Corte di Valverde ci dicono che essa era divisa in quaranta poderi (sec. IX e X, probabilmente anche in seguito) che dovevano al Monastero di Bobbio 70 moggi di grano, 20 anfore di vino, 10 montoni, una “grossa” di polli (144 = 12 dozzine) e 10 soldi; tutto questo è puntualmente citato sui testi storici. Tuttavia se ci soffermiamo ad analizzare tale “decima” e quantifichiamo il suo valore in lire attuali, vediamo che essa non supera i quattro milioni di lire, somma che suddivisa per le quaranta corti costituisce la piccola cifra di 100.000 lire per ciascuna di esse. Questi quaranta poderi sono assimilabili alle attuali aziende agricole del territorio (che sono 55), che in proporzione dovrebbero ora versare tasse complessivamente per sole 5.500.000 lire annue. Di fatto, in quei tempi e sino al 1.700, la produttività era talmente bassa che spesso ci si accontentava di un raccolto che “pagasse la semente” e, negli anni buoni, il prodotto rappresentava il doppio o il triplo della quantità di grano seminata. Confrontando ciò con le produzioni attuali, osserviamo una resa di 50 kg alla pertica contro gli odierni 400÷500 kg (2). L’agricoltura di oggi a Valverde (condotta da poche ma ben strutturate aziende) è ormai indirizzata verso limitati prodotti: grano, fieno da prato ed erba medica e frutta. Anche gli animali da cortile, i bovini e gli ovini sono quantitativamente esigui; pressoché introvabili i cavalli, l’unico animale ancora allevato è il maiale. Sin a circa mezzo secolo fa questi territori erano noti in tutto l’Oltrepò per gli allevamenti bovini ed in particolare per il bellissimo ecotipo detto “razza varzese” caratterizzato dal mantello
 paglierino chiaro e dalla presenza di grandi corna. I mercati fornivano coppie di buoi per tutto il territorio collinare, ove sostenevano i duri lavori di aratura e trasporto dellederrate e delle merci: ci piace immaginare che questi piccoli ma vigorosi bovini siano i discendenti di quelli allevati dagli antichi Liguri, primi colonizzatori di queste valli e di queste montagne.

La gastronomia
 
 La cucina francese presenta ascendenze nobiliari, mentre quella italiana discende principalmente dalla mensa quotidiana dei poveri.  Ma questa sua caratteristica, anziché un limite, costituisce forse un pregio in quanto il popolo si è da sempre nutrito con quei pochi cibi di cui avesse disponibilità, imparando nel corso del tempo a cucinarli con perizia: ecco pertanto giustificata l’eccellenza dei nostri lessi, dei brasati, degli stufati e dei “salmì”.  I bovini sono infatti animali domestici allevati nei nostri territori da tempi immemorabili, assai più diffusamente di capre e pecore; anche la lepre è un animale piuttosto comune e più ancora lo è stata in passato, soprattutto in considerazione della pratica della caccia che specie in passato era alquanto diffusa tra la popolazione locale. Il maiale invece merita un discorso a parte: principale, e talora unica, ricchezza contadina, la sua carne doveva nutrire la famiglia per un intero anno, e per un anno veniva allevato con cura. Le tipologie del
 ricavato della macellazione: salame, “gambôn”, pancetta, coppa, lardo, tuttavia sono legati alle usanze locali; manca infatti nel precedente elenco il prosciutto più strettamente legato alla cultura emiliana.  Da quella Regione ci deriva anche la tradizione di preparare il “salàm da còta”, ovvero i cotechini. Ma il vero primattore è rappresentato dal salame crudo, detto “di Varzi”, la cui composizione, con pezzatura della carne molto grande, è tipica ed esclusiva della nostra zona montana.
 Quasi tutti i piatti tipici della nostra cucina presentano una antica tradizione: i ravioli, ad esempio,  spesso  considerati piemontesi o emiliani, sono in realtà di origine genovese; abbastanza significativamente a Valverde essi sono chiamati “raviö”, mentre nel resto dell’Oltrepò sono detti “anlòtt” e nel piacentino “anvèin”. Anche i cosiddetti  “maltagliati”, ravioli di magro avvolti nella pasta a guisa  di caramella,  provengono dalla cultura emiliana .  Ben nota in tutta la Lombardia è inoltre il “ragò” o “cassöla”,  piatto povero cucinato con verze e parti poco pregiate di maiale. Anche i formaggi occupano una parte significativa nella nostra cucina; tuttavia se la produzione di formaggio nel passato, vista la relativa abbondanza di latte, deve pur essere stata abbondante, essa non  ha condotto alla creazione di un formaggio tipico tramandatosi sin ad oggi, tranne forse le ricotte. Vi è tuttavia un formaggio diffuso ovunque in Oltrepò e nel Piacentino, e ricordato soprattutto come specialità di Menconico: il  “Nìis” (ossia maturo). In effetti nessun  formaggio  può dirsi più maturo di questo, neppure il Gongorzola o il Chili del Messico possono competere in quanto a sapore piccante con il nostro prodotto. Spieghiamo in breve, quale curiosità,  la metodologia di produzione del “Nìis”: si lascia una forma di robiola a stagionare, in modo che venga parassitata dalla piccola mosca Piophila casei, questa deposita le uova nel formaggio in modo tale che le larve possano in seguito cibarsi del formaggio stesso, quando il formaggio è interamente invaso da larve, viene riposto a pezzetti in contenitori di vetro, ove stagionando ulteriormente assume una tipica colorazione scura ed un sapore piccante oltre ogni paragone. I più anziani raccontano, e noi stessi l’abbiamo visto di persona, che alcuni estimatori di questa specialità casearia ... ibrida, rincorrevano sul tavolo con un pezzo di pane le scattanti larve delle mosche (saltaré), per cibarsene golosamente. Infine, per quanto riguarda le “paste” ottenute dalla farina di frumento, ricordiamo le ben note tagliatelle all’emiliana, le sfoglie per gli agnolotti, la pavese “skìta” (in piacentino “burtlèina”), ed il pane comune qui impastato con una forma denominata “mica”;  “farsö” sono invece le tipiche tonde frittelle cucinate  durante la ricorrenza del Carnevale. E’ quasi superfluo ricordare la prelibatezza di funghi e tartufi quali aromatici complementi di questa cucina, dobbiamo tuttavia supporre un loro utilizzo non molto antico, in quanto un tempo i tartufi, “cibo da Re”,costituivano una ricercatezza riservata a ricchi e potenti, oggi per fortuna sono anche alla nostra portata, almeno negli anni di abbondante fruttificazione! Di tutto rilievo e decisamente di qualità superiore è la frutta che si coltiva e raccoglie a Valverde: prime tra tutte le mele e pere, con particolare riguardo alle mele “Rostaiola” e “Renetta”, che nulla hanno da invidiare per gusto, sapore, profumo e caratteristiche organolettiche ad analoghe qualità provenienti da zone più conosciute.

L’aspetto naturalistico
  
 Anche per un territorio limitato come quello del Comune di Valverde la descrizione degli aspetti naturalistici potrebbe impegnare molte pagine, tali e tante sono le branche delle Scienze Naturali da prendere in esame. Ovviamente non è nostra intenzione stilare un trattato in tal senso, bensì illustrare gli aspetti che possano attirare l’attenzione di un escursionista e, speriamo, anche quella di un gitante distratto. Dunque la Flora, il misterioso mondo dei funghi e la Fauna innanzitutto, ma anche la Geologia. Quest’ultima è una disciplina fondamentale delle Scienze della Terra, in quanto studia e descrive le fenomenologie che  modellano il territorio e concorrono alla creazione del paesaggio; i fenomeni geologici inoltre talora interagiscono drammaticamente con le attività umane, come  nel caso dei movimenti franosi. Altri aspetti naturalistici  hanno correlazione con l’uomo,  ad esempio la caccia, la raccolta dei funghi e dei tartufi ed ovviamente la silvicoltura che, nei nostri boschi, ha contribuito alla caratterizzazione dell’attuale paesaggio vegetale  attraverso gli impianti di conifere, essenze arboree  estranee tuttavia al patrimonio vegetale originario di questi territori. Sottolineiamo infine come un bosco rappresenti un entità unica pur nella sua complessità. Cento alberi isolati o mille fiori non costituiscono un bosco, ma altrettante singole entità: un bosco è un sistema autosufficiente in perenne divenire, ma sempre simile a se stesso, che vive in equilibrio dinamico interagendo con il clima e con il suolo ed adattandosi ad essi.

Il panorama botanico
 
 Gran parte del territorio del Comune di Valverde, circa il 40%, è ricoperto da ombrose formazioni arboree: è una percentuale elevatissima, una delle più elevate in Italia: è un bene raro che può e deve essere opportunamente sfruttato. Il fatto che la copertura arborea sia stata preservata ha rappresentato un importante fattore per l’equilibrio idrogeologico di questi territori; i declivi disboscati sono infatti spesso soggetti a smottamenti e, nel caso di suoli argillosi, può ingenerarsi la formazione di processi calanchivi. L’elevata percentuale di superficie boscata è conseguente  alla natura dei suoli, prevalentemente arenaceo-conglomeratici, quindi poco adatti all’agricoltura, soprattutto quella operata nei secoli scorsi con poveri mezzi. Tuttavia il bosco è sempre stato preziosa sorgente di legname da opera, di pali tutori per la coltivazione della vite e di legna da ardere, nonchè di carbone di legna.

Valverde oggi

Il territorio
 
 Il territorio comunale di Valverde presenta una forma vagamente rettangolare, ed è orientato da nord verso sud. A nord confina con il Comune di Ruino, ad est con quello di Zavattarello lungo il percorso del torrente Morcione  sino a Campo Ramoso, a sud, per un breve tratto, è delimitato dal territorio comunale di Varzi, e infine, ad ovest, da quello di Val di Nizza. Il rilievo più elevato è Monte Bruno (865 m), seguito da Costa dei Vai (791 m), mentre il castello di Verde è posto a quota 785 metri. Nell ambito del Comune  nasce il torrente Ardivestra, tributario di destra dello Staffora: ci troviamo infatti sullo spartiacque tra il Tidone e lo Staffora, tuttavia con preponderanza del territorio verso il primo dei due. La superficie comunale è di 1483 ha, simulando all’incirca un rettangolo di 5,5 e 2,7 Km, e quindi di 22.676 pertiche milanesi (unità di misura corrispondente a 654 metri quadrati, unità ancora attuale per quantificare l’estensione di un terreno). La rete stradale comunale si estende per circa 18 Km.

I nuclei abitati
 
 Il nucleo principale di Valverde è costituito dagli abitati di Mombelli,  Monticelli e Casa Balestrieri (sede del Municipio, della chiesa parrocchiale e dell’ufficio postale); le frazioni sono poi numerose: Casa d’Agosto e Casa Zanellino nella porzione a nord del territorio, quindi proseguendo verso sud Calghéra, la maggiore, e poi Casa Andrini, Bozzola, Casa Porri, Mandasco, Casa Leone, Narigazzi, Moglio (“möii” è toponimo molto diffuso nell’Oltrepò montano, con significato di “terreno imbevuto d’acqua”), infine Sabbioni e Casa Figino. Tutte queste località, come già detto, hanno antica origine medioevale. 

I collegamenti

 Per quanto attiene il “come arrivarci”, si può verificare su qualsiasi carta stradale che i percorsi sono di 25 Km partendo da Casteggio, 36 Km da Voghera, circa 50 Km da Pavia (e quindi circa 80 da Milano), 12 Km da Varzi, ed infine 28 Km dallo sbocco della Val Tidone  a Castelsangiovanni. I percorsi più diretti per raggiungere Valverde partendo da Milano offrono due alternative. La prima prevede di imboccare l’ Autostrada dei Fiori percorrendola sino a Voghera, da qui si imbocca la Val Staffora (segnaletica per Varzi) sino a Ponte Nizza, ove si risale la piacevole valle del torrente Nizza (termine di etimologia greca che significa “dolce”, “maturo”,
“ameno”), si  supera Sant’Albano e si prosegue (sempre in salita) sin al bivio per Torre degli Alberi, da qui infine si raggiunge Valverde dopo un paio di chilometri. L’altro percorso si snoda lungo la S.S. della Val Tidone che congiunge Milano a Castelsangiovanni, ove si imbocca la valle, una volta superata la diga del lago di Trebecco si giunge a Moline (sede di un antico dazio), ove si imbocca una piccola ma ben asfaltata carrozzabile (nel primo tratto si costeggia il torrente Morcione)  sin nel cuore di Valverde. I collegamenti con Ponte Nizza-Varzi-Voghera sono realizzati giornalmente tramite autolinea.

Luoghi di culto e monumenti
 
 Chiesa parrocchiale  (XIII° secolo)
 Castello di Verde  (IX° secolo)
 Rocca e chiesetta della Madonna della neve
 Oratorio di Mandasco
 Oratorio di Calghéra

Servizi utili, centri ricreativii e sportivi
  
 Campo gioco da calcio; campo tennis e calcetto
 Parco giochi comunale (centro polivalente); parco giochi comunale (centro paese)
 Oratorio parrocchiale

Strutture ricettive
 
 Albergo-Ristorante “Marini”  Località Mombelli
 Albergo-Ristorante “Croce Bianca”  Località Casa balestrieri
 Albergo-Ristorante “La Quercia”  Località Casa Fontana
 Agriturismi:
“Rocca Giovanni” località Casa d’Agosto
“Cardanini Alberto” località Casa Fontana

Itinerari di interesse storico-culturale Oltrepo’ Collinare
 
 Città di Bobbio:  abbazia fondata da S.Colombano, chiese medioevali, ponte di
 epoca romana (ponte gobbo), gastronomia (salumi, formaggi, funghi, tartufi)
 Monte Penice:   santuario
 Rocca di Olgisio (comune di Pianello Val Tidone – PC): castello più antico della Provincia di Piacenza, nelle vicinanze grotte abitate in antico
 S. Alberto di Butrio: abbazia
 Varzi:   chiese e borgo medioevali, gastronomia (salumi, funghi e tartufi)
 Zavattarello:  castello medioevale,  museo della civiltà contadina  

Itinerari di interesse naturalistico:

 Nel territorio comunale di Valverde è stato recentemente istituito il
 Parco Locale di Interesse Sovracomunale – P.L.I.S. – “CASTELLO DI VERDE”, con inserito il “GIARDINO DELLE FARFALLE”. 
 
La valenza ambientale, naturalistica e scientifica del PARCO è comprovata e attestata da importanti forme di collaborazioni con la Regione Lombardia, attraverso l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, la Provincia di Pavia e l’Università degli Studi di Pavia.

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